Questo video mi piace molto.
Per originalità, intensità espressiva...è breve, ma questo non vuol dir nulla.
E' bello.
Se vi piace, potete anche esprimere il gradimento su youtube.
https://www.youtube.com/watch?v=Flvl_8safwQ
giovedì 7 aprile 2016
giovedì 17 marzo 2016
il volto oscuro della primavera
La primavera ormai è qui:
lo dicono i narcisi color panna, i giacinti cerulei, lo dicono le foglioline del salice che spuntano a ciuffi, finanche le fresie scapigliate, ancora in procinto di fiorire, ma già complete nelle foglie esili e lunghe svolazzanti nel gelido vento di nord est.
Lo dice persino l'innaffiatoio sornione, pronto a curiosare in un vaso e nell'altro portando i verdi pettegolezzi qui e là.
Ma in questa festa lieta e colorata ci saran pure delle piante parassite. Delle piante (non maligne, no: che la natura non contiene in sè il concetto del male) che danneggiano le altre, che ne assorbono la linfa e, forse, la vita.
A pensarci vengono i brividi: quando tutto è bellezza, non si riesce ad applicare l'idea del male.
Così sembrano a me taluni giovani, che compaiono all'improvviso (ma con tragica periodicità), comunque inattesi e quasi irreali, nelle cronache quotidiane.
lo dicono i narcisi color panna, i giacinti cerulei, lo dicono le foglioline del salice che spuntano a ciuffi, finanche le fresie scapigliate, ancora in procinto di fiorire, ma già complete nelle foglie esili e lunghe svolazzanti nel gelido vento di nord est.
Lo dice persino l'innaffiatoio sornione, pronto a curiosare in un vaso e nell'altro portando i verdi pettegolezzi qui e là.
Ma in questa festa lieta e colorata ci saran pure delle piante parassite. Delle piante (non maligne, no: che la natura non contiene in sè il concetto del male) che danneggiano le altre, che ne assorbono la linfa e, forse, la vita.
A pensarci vengono i brividi: quando tutto è bellezza, non si riesce ad applicare l'idea del male.
Così sembrano a me taluni giovani, che compaiono all'improvviso (ma con tragica periodicità), comunque inattesi e quasi irreali, nelle cronache quotidiane.
sabato 20 febbraio 2016
Una Parigi-Dakar
Alzi gli occhi, a un tratto: e c'è una volta blu . Come stare in una di quelle bellissime palline dell'albero di natale, quelle con la slitta e le renne, e l'ovatta che simula la neve.
E a un tratto, ti vedi passare davanti tipo scene dalla tua vita, attaccate l'una dopo l'altra come fossero un festone pubblicitario trasportato da un aeroplanino.
Belle brutte e così così (certe che non vorresti proprio ricordarle, figuriamoci vederle scorrere nel cielo).
Ma tant'è, non si sceglie, non si può.
E allora pensi: ma allora sto per morire, dice che la vita la si rivede quando si è in punto di morte.
E poi consideri che ormai un bel pezzo l'hai camminato, quanto ne può restare e poi capirai, il pezzo finale con le malattie non lo vuole nessuno, sai che spasso (questo lo avevo già capito a sedici anni, per la verità).
In realtà, mai dire mai, non si sa quanto avanza, vivere è come passeggiare nel deserto, sei vicino o sei lontano dal traguardo, boh?
Ecco, la vita probabilmente è come una Parigi-Dakar (quante volte l'ho sognata...) piena di sorprese e non sai mai per te quando finisce.
giovedì 4 febbraio 2016
Devo darci un taglio
Mica semplice.
Provi disagio.
Ti senti infastidita, pressata (spiata? forse. Quasi)
E poi, soprattutto, non capita.
Ci son desideri che non si possono dire, perchè non se ne ha percezione.
Non si sa di volerli.
Ma l'urgenza c'è, e c'è mancanza, c'è privazione, scontentezza.
Manca la gioia del'appagamento.
Senti che ti DEVI accontentare.
Finchè ti interroghi sul perchè...
E poi, dopo tempo, decidi.
Basta,
Basta deve finire questa storia.
Basta queste parole sentite duemila volte
Basta questa finta gioia.
Si scende dalla giostra: si cambia.
Che poi neanche è facile.
Intorno, tutto nuovo.
Il disagio era comunque cosa familiare.
Adesso, non sai neanche il dove:
dove sederti, dove leggere, dove scrivere.
ma non importa:
questo è un disagio bello
perchè è imbevuto di verità.
Poi le parole, scelte con cura
I problemi
detti in punta di labbra
spiegati, senza ipocrisie.
E poi nel tepore, nel caldo
ti accorgi che la tua immagine prende la giusta dimensione
Che sei di nuovo tu
nello specchio
Il tuo viso, il tuo sorriso
i tuoi occhi ridenti
a osservare
i capelli
Belli!
Che brava
la nuova parrucchiera
Provi disagio.
Ti senti infastidita, pressata (spiata? forse. Quasi)
E poi, soprattutto, non capita.
Ci son desideri che non si possono dire, perchè non se ne ha percezione.
Non si sa di volerli.
Ma l'urgenza c'è, e c'è mancanza, c'è privazione, scontentezza.
Manca la gioia del'appagamento.
Senti che ti DEVI accontentare.
Finchè ti interroghi sul perchè...
E poi, dopo tempo, decidi.
Basta,
Basta deve finire questa storia.
Basta queste parole sentite duemila volte
Basta questa finta gioia.
Si scende dalla giostra: si cambia.
Che poi neanche è facile.
Intorno, tutto nuovo.
Il disagio era comunque cosa familiare.
Adesso, non sai neanche il dove:
dove sederti, dove leggere, dove scrivere.
ma non importa:
questo è un disagio bello
perchè è imbevuto di verità.
Poi le parole, scelte con cura
I problemi
detti in punta di labbra
spiegati, senza ipocrisie.
E poi nel tepore, nel caldo
ti accorgi che la tua immagine prende la giusta dimensione
Che sei di nuovo tu
nello specchio
Il tuo viso, il tuo sorriso
i tuoi occhi ridenti
a osservare
i capelli
Belli!
Che brava
la nuova parrucchiera
sabato 30 gennaio 2016
parole come lame
Taluni provano a non far del male, anche quando devono dire cose sgradevoli.
E tentano di proteggere l'altro, anche goffamente, anche senza troppo riuscirci.
Altri, no.
Altri (cos'avranno nel cuore? una scaglia di vetro?) scelgono con cura le parole dure
il tono sprezzante
affilano la lingua dai due lati come fosse una lama in mano all'arrotino
E colpiscono
preciso
netto
al cuore
Poi, socchiuse le palpebre, aggrottate le sopracciglia altezzose
sollevato il mento, ritratta la voce sanguinaria
spariscono evanescenti
nella nebbia di un silenzio polare
[sanguinanti, restano le vittime riverse, dolenti e amaramente pensose del tempo sprecato
dappresso a simili belve]
E tentano di proteggere l'altro, anche goffamente, anche senza troppo riuscirci.
Altri, no.
Altri (cos'avranno nel cuore? una scaglia di vetro?) scelgono con cura le parole dure
il tono sprezzante
affilano la lingua dai due lati come fosse una lama in mano all'arrotino
E colpiscono
preciso
netto
al cuore
Poi, socchiuse le palpebre, aggrottate le sopracciglia altezzose
sollevato il mento, ritratta la voce sanguinaria
spariscono evanescenti
nella nebbia di un silenzio polare
[sanguinanti, restano le vittime riverse, dolenti e amaramente pensose del tempo sprecato
dappresso a simili belve]
venerdì 1 gennaio 2016
Sopravvissuti al Natale
Riuniamoci. Riconosciamoci, parliamone.
Siamo coesi, esprimiamo un'identità unica, un sentire forte.
Noi, noi che visceralmente, profondamente, intensamente, detestiamo lo sferragliante carrozzone delle festività cosiddette natalizie, gridanti di campanelli, rutilanti di luci, ossessionanti di rosso e oro.
Dal decadere mesto dell'estate, dalle prime foglie che si accartocciano, già s'intravede la vampa porporina in agguato. L'autunno florido e sinuoso, abbondante e possente, si estende di arancio, dilaga di giallo. Poi, in una rapida successione di eventi, le nere vesti velate dei morti, dalle pallide lacrime di cera, non riescono a celare del tutto l'orribile caravanserraglio:
che ecco s'acquatta, ma lesto rimbalza e con un gran salto ci è addosso. E sbrana lungamente, crudelmente, i pochi giorni dell'anno rimasti, i pochi denari accantonati, cannibalizzando tempo, cose, persone, spazi, tempi. Creando obblighi inesistenti, soffocando pensieri, strangolando sentimenti.
Infine, gennaio.
Nel gelo dei cristalli ghiacciati, nelle raffiche gelide di grecale e tramontana, la farsa pagliaccesca è finita.
Ancora una volta.
Ancora per questa volta.
Siamo coesi, esprimiamo un'identità unica, un sentire forte.
Noi, noi che visceralmente, profondamente, intensamente, detestiamo lo sferragliante carrozzone delle festività cosiddette natalizie, gridanti di campanelli, rutilanti di luci, ossessionanti di rosso e oro.
Dal decadere mesto dell'estate, dalle prime foglie che si accartocciano, già s'intravede la vampa porporina in agguato. L'autunno florido e sinuoso, abbondante e possente, si estende di arancio, dilaga di giallo. Poi, in una rapida successione di eventi, le nere vesti velate dei morti, dalle pallide lacrime di cera, non riescono a celare del tutto l'orribile caravanserraglio:
che ecco s'acquatta, ma lesto rimbalza e con un gran salto ci è addosso. E sbrana lungamente, crudelmente, i pochi giorni dell'anno rimasti, i pochi denari accantonati, cannibalizzando tempo, cose, persone, spazi, tempi. Creando obblighi inesistenti, soffocando pensieri, strangolando sentimenti.
Infine, gennaio.
Nel gelo dei cristalli ghiacciati, nelle raffiche gelide di grecale e tramontana, la farsa pagliaccesca è finita.
Ancora una volta.
Ancora per questa volta.
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